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Storia del Giro d'Italia
Storia del Giro d'Italia

Il primo Giro d'Italia parte sotto l'egida della Gazzetta dello Sport il
13 maggio 1909 alle 2.53 del mattino dal rondò di Loreto, a Milano.
Le tappe sono 8, per un totale di 2448 chilometri, e 127 sono i concorrenti,
dei quali solo 49 giungono al traguardo. Al seguito ci sono otto vetture:
quattro per le squadre, due per l'organizzazione e la giuria, due per i giornalisti.
I corridori vengono fotografati uno per uno prima della partenza, affinchè
non ci siano dubbi sulla loro identità. A quella prima edizione partecipano
Potier, vincitore del Tour 1906 e Trousselier, a segno nell'edizione 1905
della Grande Boucle. Anche il celebre Petit Breton è al via, ma si
ritirerà per una caduta nella prima tappa, la Milano-Bologna. Nel 1922
il Giro viene disputato a giorni alterni: un giorno di corsa, un giorno di
riposo. Il Giro d'Italia 1924 annota anche una regina, Alfonsina Strada, accolta
in gara con i maschi, contro di loro. Parte col numero 72, per cadute e vicissitudini
finisce fuori tempo massimo, ma prosegue senza numero e raggiunge ugualmente
Milano, concludendo il Giro fra gli applausi. Il vincitore è Giuseppe
Enrici, trentenne, piemontese. L'episodio che negli anni Venti fa scalpore
vede protagonista Alfredo Binda. Dopo aver vinto con facilità il Giro
in quattro edizioni quasi consecutive (1925, 1927, 1928 e 1929) nel 1930 viene
invitato a rimanere a casa per manifesta superiorità. Binda percepirà,
per non correre, il premio (22.500 lire) che avrebbe guadagnato in caso di
vittoria. Nel 1931 viene istituita la maglia rosa - colore distintivo del
giornale - quale simbolo del primato in classifica. Il primo a indossarla
è Learco Guerra, vincitore della tappa inaugurale del 19° Giro
d'Italia, la Milano-Mantova. Al 1933 risale il primo Gran Premio della Montagna,
con quattro salite che assegnano punti. Alfredo Binda ne è il dominatore.
Lo stesso anno nasce la prima tappa a cronometro che si disputa da Bologna
a Ferrara, sulla distanza di 62 km. Nel 1935 si presenta al Giro, che conclude
al settimo posto dominando il Gran Premio della Montagna, un ventunenne di
Ponte a Ema. Il suo nome è Gino Bartali: già l'anno successivo andrà
a segno, con la maglia di campione d'Italia. In quell'edizione si sperimenta
la prima cronometro in salita , la Rieti-Terminillo, che avrebbe preso il
nome, suggestivo, di cronoscalata. L'anno dopo Bartali si ripete e c'è
la novità dell'epilogo fissato al Velodromo Vigorelli, a Milano, inaugurato
per l'occasione. Nel 1950 il Giro, sino ad allora dominato dagli italiani,
annota il primo vincitore straniero: lo fa suo Hugo Koblet, svizzero, ingaggiato
da Learco Guerra per 200 mila lire a stagione. In quegli anni, a testimoniare
l'interesse che il Giro suscita, entra in scena la cinematografia per le riprese
degli arrivi. Tutto senza sonoro, all'inizio. Poi Radio Rai si aggrega al
Giro e la trasmissione tecnico-sportiva viene affiancata da un varietà:
il dopocena è riservato a "Il Girino Innamorato". Il 36° Giro
(1953) dopo le trasmissioni sperimentali dell'anno prima, vive la prima diretta
televisiva, mentre il 1954 coincide con le prime interviste radiofoniche ai
raduni di partenza. Dalle origini e sino al 1948 Armando Cougnet è
la figura chiave del Giro d'Italia, il primo patron. Gli succede Vincenzo
Torriani, cresciuto alla sua scuola dal 1946. Torriani reggerà le sorti
del Giro sino al 1992, coadiuvato da Carmine Castellano che ne rileva il testimone
nel 1989. Negli anni '50 - '60 si affacciano alla ribalta della seconda competizione
a tappe più importante d'Europa campioni del calibro di Fausto Coppi (celebri
la sua rivalità con Ginettaccio Bartali e il leggendario passaggio
di borraccia sulle cime del Pordoi), Fiorenzo Magni e Jacques Anquetil. I
Settanta si aprono sotto l'insegna della dura lotta, narrata in musica da
Enrico Ruggeri nella sua "Gimondi e il cannibale", fra il Felice
nazionale e l'asso belga Eddie Merckx, capace (con la sua proverbiale fame
di vittorie) di aggiudicarsi ben cinque arrivi a Milano in maglia rosa, oltre
ad innumerevoli altri titoli. Gli anni passano, ma i fuoriclasse non abbandonano
il palcoscenico del Giro. Negli anni Ottanta, infatti, numerosissimi atleti
del calibro di Hinault, Saronni, Moser e Roche lasciano il segno sulle salite
nostrane. Certamente un po' tutti ricorderemo le imprese compiute, prima da
Bugno, poi da Indurain e dal mitico e indimenticabile pirata Marco Pantani,
durante l'ultimo decennio del secolo scorso. Fino ad arrivare ai giorni nostri:
anche se Lance Armstrong, coraggioso ma ambiguo campione americano, ha voluto
dedicarsi soltanto al Tour De France fino a vincerne sette edizioni di fila,
l'importanza del Giro non è certo diminuita. La bagarre fra le salite
più impervie del panorama alpino e appenninico è stata accesa
da Gilberto Simoni , Damiano Cunego ed Ivan Basso; le discese sono state dominate
dal falco Paolo Savoldelli, le volate hanno visto prevalere lo spunto di Mario
Cipollini (adesso ritiratosi) o Alessandro Petacchi. Il Giro D'Italia che
quest'anno partirà il 6 maggio in terra belga, dunque, si prospetta combattuto
ed interessante come sempre: una corsa importante (anche se negli ultimi anni
un po' troppo spesso falcidiata dalla piaga del doping), storica, emozionante,
seguita da grandi e piccoli, da italiani e stranieri. Insomma, tutt'altro
che un semplice antipasto al Tour De France.
di Biondo Gaetano e Zagami Giuseppe
IV A